Francesco Guccini e la cultura come possibilità reale di liberazione e trasformazione sociale

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di Antonino Napoli

Con la morte di Francesco Guccini l’Italia non perde soltanto un cantautore straordinario o un poeta della musica ma, per la mia generazione cresciuta nella sinistra degli anni Ottanta e Novanta, se ne va un autentico riferimento culturale, uno di quei maestri che hanno insegnato a pensare prima ancora che a cantare. Ascoltare La locomotiva, Eskimo, Amerigo, Cyrano o Canzone per un’amica significava intraprendere un viaggio nella complessità dell’uomo, senza mai cedere alla superficialità.
Non è un caso che Umberto Eco lo definisse il più colto dei cantautori italiani e chi ascoltava Guccini veniva spesso etichettato come “politicizzato”. In realtà era semplicemente qualcuno che aveva scelto di non accontentarsi delle risposte facili. La musica di Guccini era un esercizio permanente del dubbio ed il dubbio è il primo fondamento della libertà.
L’episodio che forse racconta meglio la grandezza di Guccini rimane quello di Dio è morto.
Scritta nel 1965 la canzone fu censurata dalla Rai nel 1967 perché ritenuta blasfema. Eppure il primo a comprenderne il significato più autentico fu proprio Papa Paolo VI, che ne consentì la trasmissione attraverso Radio Vaticana. Papa Montini aveva colto, ciò che molti censori dell’epoca non avevano capito, che quella canzone non annunciava la morte di Dio, ma la morte degli idoli, dell’ipocrisia, del conformismo e delle false certezze. Era, paradossalmente, un inno alla speranza. Del resto il finale è inequivocabile perché dopo tre giorni Dio risorge.
Nulla a che fare con “Dio è morto” di Nietzsche per il quale, invece, la “morte di Dio” è un evento metafisico ed epocale che segna la fine di ogni valore assoluto e la nascita del Superuomo.
Per Guccini, invece, è una denuncia sociale e terrena contro il consumismo, il conformismo e i falsi miti della modernità, aperta però a una speranza di risurrezione laica nei valori umani.
È una lezione che ancor oggi insegna che le idee possono essere non condivise ma mai censurate perché la cultura autentica non teme il confronto. La vera intelligenza, come dimostrò Paolo VI, consiste nel comprendere prima di giudicare.
Guccini ci ha insegnato anche che essere di sinistra non significava appartenere a una tifoseria, ma coltivare uno spirito critico, dubitare delle verità assolute, difendere gli ultimi senza rinunciare alla complessità del pensiero.
In un tempo in cui la musica sembra diversa, e ricordata più per il refrain, le canzoni di Guccini sono da leggere, rileggere e discutere, non semplicemente da ascoltare.
Forse è per questo che oggi è morto un pezzo di quella generazione che credeva che una canzone potesse cambiare il modo di guardare il mondo.
Guccini ha insegnato a migliaia di giovani che pensare con la propria testa è sempre un atto rivoluzionario. E forse è proprio questa l’eredità più preziosa che ci ha lasciato.