L’ultima ora di Bisanzio

Dalla vana dialettica alla caduta dell'Impero: riflessioni sui corsi e ricorsi storici nella narrazione dello scrittore Giovanni Cardona
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Esiste una leggenda che attraversa i secoli con la forza delle grandi metafore storiche. Si racconta che, negli ultimi giorni dell’Impero Romano d’Oriente, mentre il destino di Costantinopoli era ormai appeso a un filo, un dotto bizantino fosse interamente assorto in una questione che riteneva degna del massimo impegno intellettuale: stabilire se il vello della capra dovesse essere definito lana, pelo oppure seta. Che questo episodio sia realmente accaduto oppure appartenga al patrimonio delle narrazioni simboliche importa relativamente. La sua potenza non risiede nella sua verificabilità, bensì nel significato che ha assunto nel corso del tempo: quello di una civiltà che, nel momento decisivo della propria esistenza, rischia di smarrire il senso delle priorità.

Con austera gravità e raffinata eloquenza, quel sapiente avrebbe elevato la disputa a questione di suprema importanza, quasi che dalla sua soluzione dipendesse la salvezza dell’Impero. Era il trionfo di quella sottigliezza dialettica che Aristotele avrebbe distinto dalla vera filosofia e che Cicerone avrebbe probabilmente relegato tra gli esercizi sterili dell’oratoria fine a sé stessa. Intanto il destino avanzava silenzioso, come la Moira delle tragedie di Eschilo, sospendendo sulla città una nuova spada di Damocle.

Bisanzio, la splendida Costantinopoli fondata da Costantino il Grande quale Nuova Roma, era stata per oltre mille anni il baluardo della cristianità orientale e l’erede dell’Impero romano. Centro del commercio tra Oriente e Occidente, custode della cultura greca e romana, scrigno di arte, diritto e teologia, aveva conosciuto una grandezza che poche civiltà poterono eguagliare. Eppure la storia, come insegnano Polibio e Machiavelli, ricorda che nessuna potenza è eterna. Quando una comunità perde il senso della misura e della responsabilità, la sua forza esteriore può sopravvivere ancora per un tempo, ma le fondamenta iniziano lentamente a indebolirsi.

L’agiatezza genera spesso compiacimento. Il benessere può trasformarsi in lusso, il rigore in abitudine, la disciplina in indifferenza. Gli uomini che avevano resistito per secoli a Persiani, Arabi, Bulgari e ad altri nemici lasciarono progressivamente spazio a una società sempre più divisa da rivalità politiche, lotte di potere e dispute dottrinali. Pareva quasi realizzarsi il monito di Tucidide: le città non vengono sconfitte soltanto dalla forza dei loro avversari, ma anche dall’erosione del carattere dei propri cittadini.

Nel 1453 la storia presentò il conto. Il sultano Maometto II cinse d’assedio Costantinopoli con un esercito imponente e con un’artiglieria capace di mettere in crisi le mura teodosiane, considerate per secoli praticamente inespugnabili. Il 29 maggio la città cadde. L’ultimo imperatore, Costantino XI Paleologo, scelse di combattere fino alla morte accanto ai suoi soldati, trasformandosi nella memoria europea nel simbolo della fedeltà al proprio dovere. Seguirono saccheggi, devastazioni, migliaia di vittime e di prigionieri, mentre un’epoca giungeva definitivamente al tramonto.

È improbabile che la celebre disputa sul vello della capra si sia svolta realmente nei termini tramandati dalla tradizione. Gli storici la considerano generalmente una leggenda nata per rappresentare un atteggiamento mentale più che un fatto documentato. Ma è proprio questo il motivo della sua straordinaria fortuna: le metafore sopravvivono spesso più a lungo dei fatti, perché riescono a condensare in un’immagine una verità che ogni generazione riconosce come possibile.

Da questa immagine deriva anche il verbo bizantineggiare, entrato nelle lingue europee per indicare la tendenza a smarrirsi in discussioni cavillose mentre le questioni realmente decisive attendono risposta. È un richiamo che attraversa la storia del pensiero: Dante denunciava chi sacrificava il bene comune agli interessi particolari; Vico ricordava che le civiltà attraversano cicli di ascesa e declino; Hegel osservava come gli Stati incapaci di comprendere il proprio tempo finiscano per esserne travolti.

Molti vedono in questa leggenda una metafora ancora attuale. Secondo questa interpretazione, anche le società contemporanee rischierebbero talvolta di concentrare energie politiche e culturali su controversie considerate secondarie, mentre problemi ritenuti da alcuni osservatori più urgenti verrebbero affrontati con ritardo o con strumenti insufficienti. Tra i temi frequentemente richiamati figurano i fenomeni migratori, l’invecchiamento demografico, la competitività economica, la sicurezza internazionale, la sostenibilità dei sistemi di welfare, il rapporto tra identità nazionale e pluralismo culturale. Altri studiosi respingono questo parallelo, ritenendo che il confronto con la Bisanzio del XV secolo sia storicamente improprio e che le sfide contemporanee richiedano categorie interpretative differenti. Proprio per questo il valore della leggenda resta soprattutto simbolico: non offre una spiegazione del presente, ma invita a interrogarsi su come una società stabilisca le proprie priorità.

È questa, in fondo, la lezione che continua a parlare attraverso i secoli. Non importa se il vello della capra fosse lana, pelo o seta. Importa chiedersi quali siano le questioni davvero decisive quando una comunità è chiamata a scegliere il proprio futuro. Perché la storia raramente punisce chi sbaglia una definizione; più spesso mette alla prova chi non riconosce il momento in cui è necessario agire.

Mentre gli uomini discutono delle parole, il tempo continua il proprio cammino. E la storia, come il fiume di Eraclito, non arresta mai il suo corso per attendere chi si perde nei dettagli. È forse questa la ragione per cui la leggenda del sapiente bizantino continua a essere ricordata ancora oggi: non racconta soltanto la fine di un impero, ma una possibilità sempre presente nella vicenda umana, quella di confondere l’accessorio con l’essenziale. Ed è proprio quando questa confusione diventa abituale che le civiltà scoprono, spesso troppo tardi, che il vero giudizio non appartiene ai dibattiti, ma agli eventi.