La giustizia ha bisogno anche dei suoi luoghi, possibilmente sicuri ed adeguati
Lug 17, 2026 - redazione
di Antonino Napoli
Il crollo di una parte del Palazzo di Giustizia di Bolzano e, quasi contestualmente, le notizie provenienti in questo periodo da altri Tribunali dove magistrati, avvocati e personale amministrativo sono costretti ad operare in ambienti privi di un adeguato sistema di climatizzazione, impongono una riflessione che va ben oltre la cronaca.
Siamo abituati a discutere di giustizia soffermandoci, giustamente, sui grandi temi del processo come il principio del contraddittorio, la formazione della prova, l’equilibrio tra accusa e difesa, l’obbligatorietà dell’azione penale, la ragionevole durata del processo, l’indipendenza della magistratura. Sono questioni che, già lungamente dibattute in occasione del Referendum costituzionale sulla separazione delle carriere, investono direttamente l’attuazione dell’art. 111 della Costituzione e che costituiscono il terreno sul quale, da anni, si confrontano dottrina, giurisprudenza e politica.
La sicurezza, la salubrità e la dignità dei luoghi nei quali la giustizia viene amministrata è, invece, un un profilo che raramente trova spazio nel dibattito pubblico.
Può sembrare un tema marginale ma non lo è.
Il primo capitolo del libro “L’orizzonte della notte” di Gianrico Carofiglio inizia con l’autobiografia di un famoso avvocato americano che racconta la prima volta che si è recato in Tribunale con l’avvocato con cui aveva iniziato a lavorare. L’avvocato anziano, in quella occasione, dice “al giovane di guardarsi attorno, di pensare a dove si trova, a quanto sta per accadere in quel luogo. Dopo qualche minuto, gli domanda cosa stia provando.
«Reverenza», risponde il giovane.
«Bene, cerca di imprimere nella mente questa sensazione. Se un giorno ti capiterà di entrare in un’aula di giustizia senza percepirne nemmeno piú un frammento, allora sarà arrivata l’ora di smettere»”.
Infatti, lo Stato esercita la propria funzione giurisdizionale attraverso gli uomini, ma anche attraverso i luoghi che li ospitano. La giurisdizione è una funzione costituzionale; il Palazzo di Giustizia non è un semplice edificio destinato ad uffici pubblici, ma il luogo nel quale lo Stato manifesta, probabilmente nella forma più alta, il monopolio della tutela dei diritti e dell’esercizio della giurisdizione.
Per questa ragione la storia ha sempre attribuito ai luoghi della giustizia una particolare solennità.
Nella cultura greca era Dike a rappresentare l’ordine giusto. Nella tradizione romana la iustitia assurgeva a virtù cardinale dell’ordinamento, tanto che Ulpiano la definiva come la “constans et perpetua voluntas ius suum cuique tribuendi”. Non era soltanto una definizione giuridica ma la rappresentazione plastica di un ideale di Stato.
Le antiche basiliche romane, antesignane dei moderni tribunali, non erano concepite soltanto per ragioni funzionali. L’architettura era parte integrante dell’autorità della giurisdizione. Lo spazio contribuiva a trasmettere il senso dell’imparzialità, della forza della legge e della superiorità dell’ordinamento rispetto agli interessi del singolo.
La modernità ha opportunamente desacralizzato la giustizia. Essa non promana più dal divino ma dagli uomini; uomini che possono sbagliare, proprio perché la giurisdizione è esercizio umano e non manifestazione di una verità assoluta.
Ma una cosa è la desacralizzazione della funzione un’altra cosa è la perdita della dignità dei luoghi nei quali essa si esercita.
Una sentenza pronunciata in un’aula adeguata produce gli stessi effetti giuridici di una pronunciata in uno sgabuzzino. Il diritto non cambia. Cambia, però, la percezione della giustizia da parte del cittadino.
Ed il diritto vive anche di percezione.
La fiducia nelle istituzioni si costruisce attraverso le decisioni, certamente, ma anche attraverso i simboli. Un tribunale sicuro, decoroso ed efficiente comunica l’autorevolezza dello Stato almeno quanto una sentenza ben motivata. Viceversa, un edificio che crolla o uffici nei quali diventa difficile persino lavorare trasmettono inevitabilmente l’idea di un’istituzione che fatica a garantire persino se stessa.
Negli ultimi anni le risorse del PNRR hanno consentito importanti interventi di riqualificazione del patrimonio immobiliare giudiziario. Sarebbe interessante comprendere se tali interventi abbiano privilegiato la sostanza rispetto all’apparenza, la sicurezza rispetto all’estetica, la funzionalità rispetto alla mera rendicontazione della spesa.
Perché la giurisdizione non si tutela soltanto attraverso le riforme processuali ma anche garantendo a magistrati, avvocati, personale amministrativo e cittadini il diritto di entrare in un Palazzo di Giustizia senza il timore che quel Palazzo possa trasformarsi esso stesso in fonte di pericolo.
I giuristi romani insegnavano che “ubi ius, ibi societas”. Forse oggi sarebbe opportuno aggiungere che dove si amministra il diritto devono esistere anche le condizioni materiali affinché esso possa essere esercitato con sicurezza, dignità e rispetto della persona.
Del resto, una giustizia percepita come autorevole non nasce soltanto dalla qualità delle sue sentenze ma anche dalla credibilità delle istituzioni che la rendono possibile.
Il resto — le riforme, le polemiche sulla magistratura, il rapporto tra pubblico ministero e difesa, la qualità della legislazione — merita certamente un approfondimento.
Ma quella, per citare Carlo Lucarelli, è davvero “un’altra storia”.



