La giustizia come scena
Dürrenmatt e l’Italia, dove la verità è ancora un gioco di ruoli nella narrazione dello scrittore Giovanni CardonaLug 05, 2026 - redazione
Redigere un articolo senza paragrafi significa costruire un unico corpo narrativo, una colata continua di pensiero che non concede tregua: ed è perfetto per parlare di La panne, perché il romanzo stesso è una macchina che non lascia scampo, una spirale che avvolge il lettore come avvolge il protagonista, Alfredo Traps, dentro un gioco giudiziario che è solo in apparenza innocuo. Dürrenmatt immagina un processo fittizio, condotto da magistrati in pensione che trasformano la cena in un tribunale, la conversazione in un interrogatorio, la convivialità in una sentenza. È un gioco, certo, ma è un gioco che rivela una verità più profonda: la giustizia non è mai solo un insieme di norme, è un dispositivo culturale, psicologico, simbolico, che può diventare strumento di verità o di sopraffazione. In Italia, oggi, questa intuizione risuona con una forza quasi inquietante. La giustizia italiana vive una stagione di trasformazioni e tensioni: riforme annunciate e mai compiute, conflitti tra poteri dello Stato, processi mediatici che precedono quelli reali, magistrati che diventano figure pubbliche e politici che diventano imputati permanenti. Dürrenmatt, nel 1956, aveva già visto tutto: aveva visto che il processo è sempre anche una rappresentazione, che la verità giudiziaria è una costruzione, che la colpa può essere indotta, suggerita, persino inventata. Traps, innocuo rappresentante di commercio, finisce per confessare un delitto che non ha commesso, perché il meccanismo del processo lo seduce, lo convince, lo ingloba. La sua colpa non è un fatto, è una narrazione. E qui il romanzo diventa specchio dell’Italia contemporanea: la colpa come racconto, la responsabilità come percezione, la verità come esito di una lotta di interpretazioni. Nietzsche, che Dürrenmatt conosceva bene, avrebbe detto che non esistono fatti, solo interpretazioni; e in Italia questa frase sembra spesso la sintesi perfetta dei dibattiti giudiziari. La storia giudiziaria italiana è attraversata da momenti in cui la verità processuale si è scontrata con la verità storica: dai grandi processi politici degli anni Settanta alle vicende di Tangentopoli, dalle inchieste sulle mafie alle recenti controversie sulle intercettazioni e sull’uso politico della giustizia. Ogni volta, il processo è diventato scena, teatro, arena. Dürrenmatt direbbe che questo è inevitabile: la giustizia, per sua natura, è drammatica. Ma il punto è un altro: quando il processo diventa spettacolo, chi stabilisce la colpa? Chi decide la verità? Chi guida la narrazione? Nel romanzo, la verità è decisa da un gruppo di vecchi magistrati che giocano a fare Dio; nella realtà italiana, la verità sembra spesso decisa da un intreccio di poteri, media, opinione pubblica, procure, difese, politica. E qui entra in scena Kafka, il grande fantasma che aleggia su ogni riflessione sulla giustizia: Il processo non è solo la storia di un uomo travolto da un sistema incomprensibile, è la storia di un uomo che non può più distinguere tra ciò che è reale e ciò che è imputato. Traps è un Josef K. che sorride, che beve, che si diverte, ma che alla fine soccombe allo stesso meccanismo: la colpa come destino narrativo. La filosofia del diritto, da Beccaria a Bobbio, ci ha insegnato che la giustizia deve essere razionale, proporzionata, trasparente; Dürrenmatt ci ricorda che non lo è mai del tutto, perché l’essere umano porta nel processo le sue paure, i suoi desideri, le sue ossessioni. E l’Italia, con la sua storia di processi interminabili, di sentenze contraddittorie, di riforme mancate, è il luogo perfetto per leggere La panne come un romanzo ancora possibile, ancora attuale, ancora necessario. La panne è la storia di un uomo che si perde dentro un gioco giudiziario; l’Italia è la storia di un sistema giudiziario che rischia di perdersi dentro se stesso. Dürrenmatt ci avverte: quando la giustizia diventa rappresentazione, quando la verità diventa performance, quando la colpa diventa narrazione, allora tutto può accadere. Anche che un innocente si dichiari colpevole. Anche che un colpevole si dichiari vittima. Anche che la giustizia, invece di illuminare, confonda. E forse è proprio per questo che La panne è un romanzo ancora possibile: perché ci costringe a guardare la giustizia non come un codice, ma come una storia. Una storia che, in Italia, non abbiamo ancora finito di raccontare.




