Il generale Vannacci e gli errori di chi lo sottovaluta

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Il generale Vannacci e gli errori di chi lo sottovaluta

Ho ascoltato su Radio Radicale la due giorni di Roberto Vannacci. Al di là delle opinioni che ciascuno può avere sulle sue idee, una cosa mi pare evidente: commette un errore chi pensa di poterlo liquidare con una battuta o con una caricatura.
La politica insegna che i fenomeni che intercettano paure, insicurezze e domande di rappresentanza non si combattono con l’ironia. Si comprendono, si analizzano e, se non se ne condividono le proposte, si contrastano nel merito. La derisione, quasi sempre, rafforza chi ne è bersaglio.
Il messaggio di Vannacci appare costruito attorno a pochi temi forti e facilmente riconoscibili: critica all’Unione Europea, sicurezza, immigrazione. Temi che parlano a una parte dell’elettorato della destra italiana e che trovano terreno fertile in una fase storica segnata da incertezze economiche e sociali.
Per questo il centrodestra farebbe bene a non sottovalutarlo. Non solo per il consenso personale che oggi riesce a raccogliere, ma per il modello organizzativo che sta cercando di costruire. Un modello fortemente identitario, disciplinato, con una struttura che richiama la cultura dell’organizzazione militare. L’impressione è che il suo movimento possa diventare un punto di attrazione per una parte significativa dei quadri e degli elettori provenienti dalla tradizione dell’MSI e di Alleanza Nazionale che non si riconoscono pienamente nella destra di governo.
L’accoglienza riservata a Gianni Alemanno durante la manifestazione è stata, sotto questo profilo, un segnale politico da non ignorare. Gli applausi tributati al suo nome raccontano l’esistenza di un’area che cerca nuovi riferimenti e una nuova casa politica.
Personalmente penso l’opposto di Vannacci su quasi tutti i temi fondamentali. A partire dall’Europa.
Si possono criticare le istituzioni europee, i loro limiti burocratici e molte delle decisioni assunte negli ultimi anni. Ma sostenere che i problemi dell’Italia derivino principalmente dall’Unione Europea significa ignorare la realtà. Il nostro Paese convive da decenni con un debito pubblico enorme, una crescita economica insufficiente, una produttività stagnante e una macchina amministrativa spesso inefficiente. Attribuire tutto a Bruxelles è una comoda scorciatoia politica.
Anzi, è legittimo sostenere che oggi, senza l’euro e senza l’Unione Europea, l’Italia si troverebbe in una condizione assai più fragile. Con un debito pubblico tra i più elevati del mondo, i mercati finanziari ci chiederebbero probabilmente interessi molto più alti per finanziare il nostro debito, con conseguenze pesanti per famiglie, imprese e conti pubblici.
Ancora più evidente appare il divario tra slogan e realtà quando si affronta il tema dell’immigrazione.
L’Italia è un Paese che invecchia rapidamente. Nascono sempre meno bambini, mentre molte imprese faticano a trovare lavoratori in numerosi settori. I dati demografici ed economici sono noti e difficilmente contestabili. Per questa ragione il tema non dovrebbe essere se l’immigrazione serva oppure no, ma quale immigrazione serva e come governarla.
Abbiamo bisogno di immigrazione regolare, qualificata, integrata e compatibile con le esigenze del nostro sistema produttivo. Abbiamo bisogno di regole, non di slogan.
Vannacci denuncia la presenza di centinaia di migliaia di immigrati irregolari impiegati nel lavoro nero. Se il dato è corretto, la domanda da porsi è semplice: perché lo Stato continua a tollerare questa situazione?
Dietro quei numeri non ci sono soltanto immigrati irregolari. Ci sono lavoratori sfruttati, salari compressi, concorrenza sleale e interi settori produttivi che prosperano grazie all’illegalità. Sono i nuovi schiavi dell’economia sommersa, visibili a tutti e invisibili alle istituzioni.
Di fronte alle tragedie che periodicamente colpiscono il mondo del lavoro, dalle campagne del Sud alle pianure dell’Agro Pontino, la politica versa lacrime sincere o di circostanza. Ma raramente affronta il problema alla radice.
Perché non rendere visibili coloro che già lavorano stabilmente nel nostro Paese? Perché non consentire l’emersione dal lavoro nero attraverso percorsi rigorosi di regolarizzazione legati all’occupazione effettiva? Significherebbe più diritti, più contributi, più tasse pagate, più sicurezza e maggiore integrazione.
La verità è che l’Italia si trova davanti a una scelta. Continuare a convivere con una vasta area di irregolarità che alimenta sfruttamento e illegalità oppure governare il fenomeno con realismo.
È una discussione che meriterebbe meno propaganda e più coraggio. Da entrambe le parti.
Perché i problemi reali non scompaiono gridando più forte. E nemmeno facendo finta di non vederli.