L’uomo contro le maschere

Individuo, strutture e la corte degli ascari che soffoca la libertà nelle riflessioni dello scrittore Giovanni Cardona
banner pasticceria taverna

Col termine Individuo si indica etimologicamente ciò che non può essere diviso, l’unità minima e irriducibile dell’esistenza, mentre nella terminologia giuridico‑politica esso è stato progressivamente sostituito dal termine Persona, parola ambigua fin dall’etimo, poiché rimanda alla maschera teatrale attraverso cui l’attore faceva risuonare la voce nella cavea: così l’uomo‑persona diventa inevitabilmente colui che recita, un interprete che agisce entro ruoli predefiniti, spesso senza libera determinazione. In una nazione come la nostra, segnata da vetuste tradizioni cattoliche e comunitarie, si è attribuita una valenza sempre decrescente alla potenza dell’individuo e alla capacità della coscienza umana di determinare il corso degli eventi, quasi che l’autonomia fosse un lusso e non la condizione naturale dell’essere umano. Eppure, come ricordavano pensatori dell’azione quali Machiavelli, Kierkegaard, Weber e Arendt, nulla di serio e di grande si compie senza la passione di un individuo che decide, rischia e agisce, perché la storia non è fatta dalle strutture ma dagli uomini che le attraversano, le sfidano o le sovvertono. Tuttavia, in una società complessa come quella attuale, sarebbe assurdo ignorare il peso delle strutture: lo Stato, la Chiesa, i partiti, i sindacati, la burocrazia, perfino il maresciallo dei carabinieri di un remoto paese aspromontano che, nel chiedere il rispetto della legge, si scontra con forze eterogenee, consuetudini locali e con quella forza plasmante delle norme che spesso rimane lettera morta senza adeguati sostegni politici o giudiziari. Popper immaginava una società aperta fondata sulla critica e sulla responsabilità individuale, ciò che noi abbiamo chiamato Stato liberale, ma oggi essa tende a scivolare verso un assistenzialismo totalizzante che deresponsabilizza l’uomo dalla culla alla bara, attenua la competizione, sterilizza il rischio e pretende di instaurare un irenismo mentale come corollario dell’egualitarismo, dimenticando che il pensiero — e l’individuo che lo esprime — è per sua natura differenza, come l’amore e come la vita. A complicare ulteriormente il quadro interviene la pletora di invertebrati e ascari che ruotano attorno ai politici, sopravvivendo grazie a raccomandazioni, protezioni, intercessioni e clientele: non sono individui ma funzioni, maschere, ombre; non hanno autonomia ma appartenenza; non hanno responsabilità ma coperture. Questa fauna parassitaria, erede dei clientes della Roma imperiale, dei cortigiani di Versailles e dei burocrati servili delle monarchie assolute, costituisce la negazione vivente dell’individuo libero e trasforma le strutture in teatri di maschere dove la persona prevale sull’individuo e la fedeltà personale prevale sulla responsabilità pubblica. Per foggiare l’uomo non integrato, cioè libero, lo Stato, la Chiesa e le associazioni di liberi pensatori dispongono ancora di strumenti potenti, ma devono avere il coraggio di scardinare l’ostracismo tradizionale che impedisce di parlare apertamente di responsabilità, merito, libertà, rischio e fallimento, perché la trasformazione dei rapporti sociali, religiosi e politici non può avvenire attraverso masse indistinte o processioni rituali, ma attraverso individui senza macchia, capaci di finalità non subordinate a retaggi ancestrali o a clientele parassitarie. Quando tutto è dichiarato democratico, nulla lo è davvero, e l’individuo — da presidio della libertà — diventa strumento delle peggiori tirannidi, quelle morbide e paternalistiche che non opprimono con la forza ma con la protezione, non con la violenza ma con la dipendenza, non con il terrore ma con la promessa di un posto, una nomina, una raccomandazione. La libertà non nasce dalle strutture: nasce dagli individui che hanno il coraggio di non essere maschere.