Ordine pubblico e democrazia ferita

Mafia, commissariamenti e il rischio dell’inagibilità civica nelle considerazioni dello scrittore Giovanni Cardona
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L’ordine pubblico, già concetto sfuggente e stratificato, si complica ulteriormente quando lo si osserva nella sua dimensione più drammatica: quella dell’inagibilità civica che si determina nei comuni sciolti per infiltrazioni mafiose, dove la sospensione della normale dialettica democratica produce un vuoto istituzionale che incide sulla vita quotidiana dei cittadini, sulla loro capacità di partecipare, di decidere, persino di percepirsi come comunità politica attiva. Lo scioglimento ex art. 143 del d.lgs. 267/2000, misura amministrativa e non penale, nasce come strumento di tutela dell’ordine pubblico amministrativo, fondato su un giudizio prognostico di permeabilità dell’ente alle pressioni criminali; ma proprio questa natura preventiva, distinta dall’accertamento penale della responsabilità individuale, genera una frattura profonda tra la dimensione prefettizia e quella giurisdizionale, poiché mentre la sentenza penale richiede la prova rigorosa del fatto e della colpevolezza, lo scioglimento interviene su un piano diverso, quello della salvaguardia dell’imparzialità amministrativa, con effetti politici che spesso superano quelli di una condanna. Tale frattura, già intuita dai filosofi del diritto naturale e dagli illuministi – da Beccaria, che denunciava l’arbitrio delle misure non fondate su prove, a Montesquieu, che richiamava la necessità di separare poteri e funzioni – si ripropone oggi in forma nuova: la comunità locale, privata dei suoi rappresentanti, vive una condizione di sospensione democratica che produce sfiducia, disaffezione, perdita di identità civica, e talvolta persino un paradossale rafforzamento del potere mafioso, che si nutre dei vuoti istituzionali. L’inagibilità civica diventa così un fenomeno patologico dell’ordine pubblico, perché la democrazia locale, già fragile, viene ulteriormente indebolita da un intervento che, pur necessario, non sempre è accompagnato da strumenti di ricostruzione sociale, culturale ed economica. La storia italiana offre esempi eloquenti: dai primi scioglimenti degli anni ’90, in un contesto segnato dalle stragi e dalla riorganizzazione delle mafie, fino ai casi più recenti, dove interi territori hanno conosciuto cicli ripetuti di commissariamento, senza che ciò producesse un reale risanamento. In questo quadro, l’ordine pubblico appare come un concetto conteso, oscillante tra tutela e sospensione, tra garanzia e amputazione della sovranità popolare, mentre il pluralismo politico, la tutela delle minoranze, la libertà religiosa e la partecipazione civica restano i cardini di un modello democratico che fatica a trovare un equilibrio stabile, travolto dalla liquidità sociale descritta da Zygmunt Bauman. La pericolosità dell’inagibilità civica risiede proprio nella sua capacità di generare un disordine silenzioso, un’erosione lenta della fiducia nelle istituzioni, un senso di estraneità che mina le fondamenta stesse dell’ordine pubblico democratico. Per questo, accanto alla misura dello scioglimento, si impongono riflessioni riformatrici: l’introduzione di percorsi di accompagnamento istituzionale post-commissariamento; il rafforzamento della partecipazione civica attraverso strumenti di democrazia deliberativa; la creazione di nuclei di supporto amministrativo permanenti per gli enti a rischio; una maggiore integrazione tra prevenzione amministrativa e accertamento penale, nel rispetto dei principi costituzionali; la previsione di meccanismi di responsabilità politica più chiari e trasparenti; e, soprattutto, un investimento culturale e sociale che restituisca ai cittadini la percezione di essere parte attiva della comunità. Senza tali correttivi, l’ordine pubblico rischia di diventare un concetto svuotato, sostituito da espressioni eufemistiche – ordine costituzionale, democratico, amministrativo, giuridico, politico – che non risolvono la questione ma la occultano, mentre la democrazia locale continua a oscillare tra tutela e commissariamento, tra libertà e sospensione. Eppure, come ricordava Bauman, “ordine vuol dire la cosa giusta al posto giusto e al momento giusto”, e proprio questa tensione dovrebbe guidare la riforma: restituire ai territori la capacità di autogovernarsi, garantire la legalità senza amputare la partecipazione, costruire un ordine pubblico che non sia strumento di repressione né reliquia museale, ma architettura viva della convivenza democratica.