L’oltraggio in panchina: fallisce tutto, dissangua la società, sputa sui tifosi e scappa con la cassa piena

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Di CLEMENTE CORVO

È finita. Ultima giornata di Serie A, ultima sconfitta. La stessa che chiude definitivamente le porte della Champions League. Con quella porta si chiude anche il rubinetto di decine di milioni che avrebbero tenuto in piedi bilanci, progetti e promesse fatte ai tifosi.

Un fallimento totale. L’obiettivo era chiaro da agosto: vincere lo scudetto o, quantomeno, entrare tra le prime quattro. La società aveva firmato contratti, investito sul mercato, costruito uno staff su misura. Tutto per un progetto tecnico preciso. Il risultato? Zero. Né titolo, né Champions, né Europa che conti. Solo macerie sportive ed economiche.

E qui arriva lo schiaffo più umiliante. Invece di metterci la faccia, di chiedere scusa, di dimettersi per coerenza o almeno di stare in silenzio per rispetto, che fa l’artefice di questo disastro? Dopo 48 ore firma con un’altra squadra di Serie A. Senza vergogna, senza una parola per i tifosi traditi, senza un grammo di responsabilità verso la società che ha lasciato con il cerino in mano.

Per una questione di disgusto non utilizzeremo neanche nome e cognome dell’individuo. È veramente vomitevole tutto ciò, ma del resto il tutto è abbastanza sottinteso.

Questa non è professionalità. È opportunismo puro. È la dimostrazione plastica che certi valori non esistono più. Non esiste il rispetto per la maglia che hai indossato fino a ieri. Non esiste il rispetto per una società che ti ha pagato profumatamente per centrare obiettivi che hai mancato in pieno. Non esiste rispetto per i tifosi che hanno speso soldi, tempo e passione per ritrovarsi con un pugno di mosche.

L’unica cosa che esiste è il conto in banca. L’unico valore è l’assegno che arriva puntuale, indipendentemente dai risultati. E la cosa più oscena è che tutto questo avviene senza alcuna penalità. Sbagli, fallisci, danneggi economicamente una società per anni, e il giorno dopo sei già sul libro paga di un altro club. Come se nulla fosse.

È uno squallore morale che mortifica il calcio. È denigrante per chi questo sport lo vive con onestà. È una presa in giro per ogni abbonato, per ogni padre che porta il figlio allo stadio, per ogni dipendente della società che magari rischia il posto per i mancati introiti Champions.

Chiamarlo “professionista” è un insulto alla professione. Perché un professionista, quando fallisce, almeno ha la decenza di vergognarsi. Qui non c’è vergogna. Non c’è dignità. C’è solo la corsa al contratto successivo, sulle macerie di chi si è fidato.

Questo non è calcio. È mercato delle vacche. Ed è ora di smetterla di far finta che sia normale.