La politica come romanzo collettivo
Dal teorema di Thomas ai miti elettorali: come le narrazioni modellano la realtà nelle considerazioni dello scrittore Giovanni CardonaMag 23, 2026 - redazione
Ogni campagna elettorale assomiglia a un grande romanzo collettivo, scritto da molti narratori e letto da un popolo che, più che cercare la verità, desidera riconoscersi in una storia. È in questo spazio sospeso che il teorema di Thomas rivela la sua natura quasi oracolare: se gli uomini definiscono reale una situazione, quella situazione diventa reale nelle sue conseguenze. Non è un principio astratto, ma una legge antica quanto la politica stessa. Lo sapevano bene gli ateniesi quando, nel V secolo a.C., ascoltavano le parole di Pericle come fossero incantesimi civici: la sua Atene non era solo una città, era un’idea, un’immagine collettiva che i cittadini finivano per incarnare. E lo sapeva anche Platone, che nella Repubblica temeva i demagoghi proprio perché capaci di trasformare l’opinione in destino, l’ombra in sostanza. Le fandonie elettorali, in questo senso, non sono un’invenzione moderna: sono la versione aggiornata dei miti politici che hanno attraversato i secoli. Quando un candidato promette ciò che non può mantenere, non sta mentendo: sta costruendo un mondo possibile, un altrove immaginario in cui l’elettore desidera abitare. È lo stesso meccanismo che portò Giulio Cesare a presentarsi come l’uomo del popolo contro le élite del Senato, o che spinse Napoleone a raccontarsi come il restauratore dell’ordine dopo il caos rivoluzionario. In entrambi i casi, la narrazione precedette la realtà e la modellò. La promessa impossibile è un ponte gettato verso un futuro che non esiste, ma che diventa credibile perché risuona con un bisogno profondo. La paura, agitata come un vessillo scuro, non ha bisogno di essere fondata per diventare efficace: basta che tocchi una corda già tesa. Così accadde nella Firenze del Savonarola, quando la città intera si convinse di vivere sull’orlo dell’apocalisse morale; così accadde nella Parigi del Terrore, quando la percezione del nemico interno divenne più reale dei fatti. La profezia che si autoavvera, in questi scenari, non è un concetto sociologico: è un personaggio storico che attraversa le epoche con passo leggero e conseguenze pesanti. Se un leader ripete di essere l’unico in grado di salvare la patria, qualcuno finirà per credergli; se un altro sostiene che tutto sia corrotto, qualcuno inizierà a vedere complotti anche nelle crepe dei muri. È lo stesso meccanismo che portò i mercati del 1929 a crollare non solo per ragioni economiche, ma per la percezione collettiva del panico; lo stesso che spinse intere nazioni, nel Novecento, a credere a narrazioni identitarie che trasformarono la paura in politica. Gli elettori, dal canto loro, non cercano la verità: cercano un riflesso in cui riconoscersi. Nietzsche lo aveva intuito quando scriveva che gli uomini preferiscono una menzogna che li rassicura a una verità che li inquieta. E Hannah Arendt, osservando i totalitarismi, notava come la massa disorientata fosse pronta ad accogliere qualsiasi narrazione purché semplice, purché totale, purché capace di dare un senso al caos. In questo paesaggio, la politica diventa un teatro di ombre, e ciò che conta non è la consistenza delle figure, ma la loro capacità di muoversi con grazia sulla parete. La percezione, quando si cristallizza, diventa più reale della realtà stessa. E così il teorema di Thomas si trasforma in una lanterna filosofica: ci ricorda che ciò che crediamo vero finisce per modellare ciò che viviamo. Le fandonie dei candidati, una volta accolte, diventano architetture invisibili che orientano i passi di un’intera comunità. La democrazia, che dovrebbe essere un esercizio di lucidità collettiva, rischia di trasformarsi in un romanzo scritto da narratori troppo sicuri di sé e lettori troppo indulgenti. Eppure, riconoscere il meccanismo è già un gesto di libertà: significa non lasciarsi incantare dal primo incantatore, non confondere la voce più forte con la più vera, non accettare che la percezione sostituisca la realtà senza almeno tentare di guardare oltre il velo. In fondo, ogni elezione è un racconto. Sta a noi decidere se leggerlo come un mito, come un monito o come un invito a non smettere mai di pensare.




