Di Antonino Napoli
Esistono errori che gravano sulla coscienza civile come macigni inamovibili mentre altri, per una singolare e perversa alchimia sociale, a volte evaporano nel nulla. La differenza dipende, a volte, solo dallo status di chi li commette, null’altro. È in questa faglia che si consuma una delle aporie più stridenti della nostra modernità, quella dell’illusione che la legge e il giudizio dell’opinione pubblica conservino una declinazione universale.
Chi si muove lungo i margini esistenziali di una società sempre più atomizzata – privo di tutele, di aderenze relazionali o di censo – viene sovente travolto dal rigore cieco dell’ordinamento alla prima, minima flessione. Poco importa se l’infrazione sia figlia dello stato di necessità, di una desolante marginalità culturale o dell’ignoranza inevitabile del precetto. La reazione del corpo sociale è immediata, quasi pavloviana. Una sanzione che non ammette repliche e determina l’ostracismo. Vi è una totale indisponibilità a scrutinare il contesto, a ricercare le cause profonde dell’agire, a esercitare quell’equità che i classici ritenevano il correttivo necessario della legge scritta. Di contro, lo scenario muta radicalmente quando l’errore lambisce le sfere del potere o lambisce i membri di ben determinate oligarchie. In quegli alvei protetti si attiva immediatamente una fitta rete di solidarietà corporative, di silenzi opportunistici e di sottili distinguo ermeneutici. Quella condotta che per il quivis de populo avrebbe costituito un marchio indelebile di infamia, per il consociato eccellente si riduce a mera “leggerezza”, a un veniale “incidente di percorso”, se non addirittura a un’iperbole da minimizzare. Il potente, così, rimane indenne, schermato da un’invisibile ma spessissima corazza di privilegi e ipocrisie sistemiche.
Il fulcro del problema non risiede nell’errore in sé – dacché l’errare è l’essenza stessa della finitudine umana – bensì nella asimmetria della reazione ordinamentale e sociale. La ferrea inflessibilità verso i vulnerabili e la cortese indulgenza verso i forti non sono solo ingiuste ma pesino sono corrosive. Alimentano una sorda diffidenza, il risentimento e la sfiducia nelle istituzioni. Una società che riscopre la forza del diritto solo dinanzi a chi è inerme abdica alla sua funzione civilizzatrice e smarrisce ogni residua autorevolezza.
Il diritto ha senso solo se conserva un’unica, imperturbabile fisionomia. Non può mutare il proprio scrutinio in ragione del casato, della funzione esercitata o del sistema di relazioni dell’incolpato. Ove ciò avvenga, cessa di esistere lo Stato di diritto e si regredisce alla barbarie della forza, fintamente ammantata di legalità.




