A Guayaquil il sole picchiava forte anche quel pomeriggio di fine anno scolastico. Mateo, otto anni, teneva stretta tra le mani una pagellina piegata a metà. I bordi erano già un po’ stropicciati dalle dita sudate. Era stato promosso. Aprobado con mérito, c’era scritto.
I suoi compagni correvano fuori dalla scuola, gridando e agitando i fogli in aria verso padri e madri in attesa. Mateo invece si è sistemato lo zaino sulle spalle e ha iniziato a camminare da solo. Conosceva la strada a memoria.
Ha attraversato il mercato, salutato Doña Rosa che vendeva mango, e poi ha preso il sentiero che sale verso il Cementerio General. Il guardiano lo ha visto da lontano e gli ha aperto il cancelletto senza dire nulla. Ormai lo conosceva.
Si è fermato davanti a una lapide bianca, piccola, con un vaso di fiori di plastica scoloriti dal sole.
Mamá Elena, 1995 – 2024.
Mateo si è inginocchiato. Ha posato lo zaino a terra, ha aperto la pagellina con attenzione, come se fosse di vetro.
«Mamita, ce l’ho fatta» ha sussurrato. La voce gli tremava, ma sorrideva. «Guarda, qui dice che in matematica sono andato benissimo. Come mi dicevi tu di fare, che i numeri sono importanti».
Ha appoggiato la pagella sulla pietra calda, tenendola ferma con un sassolino perché il vento non la portasse via.
«La maestra ha detto che l’anno prossimo posso provare a entrare nella squadra di calcio della scuola. Tu eri contenta quando giocavo, no? Dicevi che avevo il tuo stesso piede sinistro».
È rimasto lì in silenzio per un po’. Un cane randagio è passato zoppicando tra le tombe. Da lontano arrivavano le voci della città, i clacson, la musica di una bancarella.
Prima di alzarsi, Mateo ha accarezzato il nome inciso sulla lapide.
«Studierò ancora, mamita. Te lo prometto. Così quando ci rivediamo ti faccio vedere che sono diventato bravo davvero».
Ha ripreso la pagellina, l’ha rimessa nello zaino con cura, e si è avviato verso l’uscita. Passo leggero, schiena dritta. Perché in quella tasca non aveva solo i voti. Aveva una promessa da mantenere.




