L’ippodromo delle illusioni

Manuale minimo di zoologia elettorale non richiesta nelle ironiche riflessioni dello scrittore Giovanni Cardona
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Per indole ho in mente il cavillo, mentre nel cuore ho il cavallo: una dicotomia che gli Stoici avrebbero compreso benissimo, loro che vedevano nell’uomo un auriga intento a governare le proprie passioni come fossero destrieri impetuosi. Epitteto avrebbe sorriso di fronte a questa immagine, ricordando che nessuno può pretendere di dirigere il mondo se prima non impara a tenere le redini di sé; e Seneca, più severo, avrebbe ammonito che non esiste cavallo che possa portare lontano un cavaliere che non sa dove andare. È la grande metafora dell’esistenza: la ragione che tenta di guidare l’istinto, la disciplina che doma l’impeto, la saggezza che imbriglia la forza.

Le religioni monoteiste hanno sempre guardato al cavallo come a un compagno nobile e misterioso. Giobbe lo descrive come creatura che sfida il tuono; il Corano lo presenta come dono divino per la felicità dell’uomo; i pagani gli affidarono il carro del Sole, simbolo di un ardire che, se non governato, precipita come Fetonte nel baratro. Caligola, con la sua feroce ironia, nominò senatore il suo cavallo non per follia, ma per mostrare ai senatori quanto un animale sobrio e non corrotto potesse essere più degno di loro: un gesto che Marco Aurelio avrebbe definito “verità attraverso il paradosso”.

La poesia ha sempre trovato nel cavallo un compagno di viaggio. Omero lo canta come forza che solleva l’eroe sopra la folla; Virgilio ne conosce la psicologia, la necessità della carezza e della parola, quasi anticipando la moderna etologia. Erasmo, più malinconico, vede nel cavallo la vittima silenziosa della convivenza con l’uomo, mentre Nietzsche, abbracciando quel cavallo frustato a Torino, riconobbe nell’animale la sofferenza universale che la ragione non riesce a sopportare. Il linguaggio comune è un ippodromo di metafore: mordere il freno, perdere le staffe, cavallo di battaglia, cavalli di razza, cavallo motore. Gli arabi, più poetici, sentono nel nitrito del puledro la sinfonia più pura che Dio abbia donato all’uomo.

Napoleone ricordava che il punto non è la difficoltà di montare, ma il fatto che “a cavallo si è sollevati da terra”. Voltaire aggiungeva che quel poco di altezza basta per vedere la vita con distacco, come se il mondo fosse un paesaggio da attraversare e non una trincea. Antistene, negando la “cavalinità”, voleva dire che non esiste un’idea astratta del cavallo: esistono solo cavalli concreti, ciascuno con la sua natura. E forse proprio qui si nasconde la lezione più attuale: non basta proclamarsi destrieri per esserlo davvero.

Ed è qui che l’ironia si fa inevitabile. Perché oggi, nelle arene pubbliche, capita di vedere figure che si presentano come purosangue pronti a correre per il bene comune. Parlano di sé come di stalloni indomabili, di cavalli di razza, di destrieri della rinnovata civiltà. Ma appena scendono in campo, il trotto rivela più asininità che equinità. Non è questione di nomi o di schieramenti: è un fenomeno umano, eterno, quasi antropologico. Ci sono individui che si autoproclamano cavalli da corsa e poi inciampano al primo ostacolo, come quei somari che, travestiti da purosangue, credono che basti indossare la sella per diventare destrieri. Gli Stoici avrebbero sorriso: per loro, non è il nitrito che fa il cavallo, ma la disciplina; non è la candidatura che fa l’uomo, ma la virtù. E Alfieri, che del cavallo fece simbolo di libertà e impeto, avrebbe liquidato certi personaggi con una sola frase: “Nati non per far meraviglie, ma per far rumore.”