La fiducia nella giurisdizione non nasce dalla forza delle sentenze, ma dalla credibilità del metodo con cui si arriva a pronunciarle

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di Antonino Napoli
C’è un momento, nelle riforme della giustizia, in cui le parole smettono di essere slogan e tornano ad essere ciò che dovrebbero: garanzie. È il momento che stiamo vivendo.
Si sta chiudendo una campagna referendaria lunga, a tratti confusa, spesso caricata di polemiche ideologiche, ma che ha avuto un filo conduttore preciso: rendere il processo davvero equo. Non sulla carta, ma nella sua concreta celebrazione.
Il modello accusatorio introdotto con il nuovo codice di procedura penale non era un vezzo dottrinario. Era una scelta di civiltà. Significava spostare il baricentro del processo dal potere all’equilibrio, dall’autorità al contraddittorio, dalla verità imposta alla verità cercata.
La riforma dell’articolo 111 della Costituzione ha dato a quella scelta una dignità superiore: ha scritto nero su bianco che il processo deve svolgersi tra parti poste in condizioni di parità, davanti a un giudice terzo e imparziale. Non è una formula retorica. È una promessa fatta ai cittadini.
E le promesse, in uno Stato di diritto, o si mantengono o si tradiscono.
Per troppo tempo quella promessa è rimasta incompiuta. Il giudice percepito come non del tutto distante dall’accusa, il contraddittorio spesso ridotto a formalità, l’equilibrio tra le parti più proclamato che praticato. Non per cattiva fede, ma per inerzie, abitudini, resistenze culturali.
Eppure una democrazia matura non può permettersi ambiguità su questo terreno. Perché è nel processo penale che lo Stato mostra il suo volto più nudo: quello che giudica, che accusa, che può privare della libertà. E proprio per questo deve essere il più controllato, il più equilibrato, il più giusto possibile.
Dire sì oggi non significa schierarsi con chi ha promosso la riforma. La politica passa, le riforme restano — quando sono buone. Significa, piuttosto, scegliere da che parte stare: dalla parte di un processo che non deve solo essere giusto, ma deve apparire tale agli occhi dei cittadini.
Perché la fiducia nella giurisdizione non nasce dalla forza delle sentenze, ma dalla credibilità del metodo con cui si arriva a pronunciarle.
Un processo davvero accusatorio, fondato sul contraddittorio e sulla parità delle parti, davanti a un giudice autenticamente terzo, non indebolisce la giustizia. La rafforza. Non tutela i colpevoli, ma protegge gli innocenti e rende più solide le condanne.
È, in fondo, la differenza tra un potere che si impone e una giurisdizione che convince.
E in uno Stato libero, dovrebbe essere una scelta obbligata.