16 marzo 1978: avevo sei anni

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di Antonino Napoli

Ricordo ancora il giorno del sequestro di Aldo Moro. E ricordo anche dove lo seppi.

Ero nella vecchia casa di mio nonno, a Taurianova, in via Rottura n. 17. Avevo sei anni. Eppure quell’immagine è rimasta incisa nella memoria con una nitidezza che il tempo non ha cancellato.

La televisione era in bianco e nero. Ricordo perfettamente dove era collocata nella stanza. Ma più di tutto ricordo l’atmosfera: quella tensione sociale che si respirava in quegli anni e che persino un bambino riusciva ad avvertire senza comprenderla davvero.

Nei giorni successivi scorrevano sullo schermo i comunicati delle Brigate Rosse, con quella stella a cinque punte che diventò uno dei simboli più inquietanti della stagione del terrorismo. L’Italia sembrava sospesa tra paura, incredulità e rabbia.

Con il tempo sono arrivati le ipotesi, le ricostruzioni e le polemiche infinite su quei cinquantacinque giorni. Ma la domanda di fondo è rimasta sempre la stessa: perché?

Anni dopo mi è capitato di incontrare, pranzare e parlare con due ex brigatisti, Adriana Faranda e Franco Bonisoli che, insieme ad Agnese Moro, tennero a Palmi un convegno sulla giustizia riparativa. È stata un’esperienza che fa riflettere: vedere seduti allo stesso tavolo chi fu protagonista della violenza e chi ne ha portato il dolore più grande.

In quei momenti si comprende che la storia non è fatta soltanto di sentenze e di ricostruzioni giudiziarie. È fatta anche di memoria, di responsabilità e di tentativi difficili di comprensione.

Ma la domanda che mi porto dietro da quel giorno, da quella televisione in bianco e nero di Taurianova, resta ancora la stessa: perché in Italia il 16 marzo del 1978 si giunse a tanto?