Referendum le appartenenze rischiano di falsare il reale obiettivo della riforma
A REGGIO CALABRIA E' TERMINATA LA GRANDE MANIFESTAZIONE DI FORZA ITALIA CON CANNIZZARO, MULE' E COSTA. VIDEOINTERVISTA AL SEGRETARIO REGIONALE E VICE CAPO GRUPPO ALLA CAMERA DEI DEPUTATI ON. FRANCESCO CANNIZZAROMar 08, 2026 - redazione
Referendum le appartenenze rischiano di falsare il reale obiettivo della riforma
di Antonino Napoli
L’esito del referendum è ancora incerto. Non perché gli italiani stiano studiando con passione i principi del processo accusatorio o i fondamenti della giurisdizione, ma perché molti voteranno come sempre: per appartenenza. Gli avvocati tenderanno al Sì, i magistrati al No, i partiti seguiranno le loro convenienze del momento. Le convinzioni giuridiche, in questa faccenda, rischiano di essere la comparsa più discreta.
Eppure il punto sarebbe piuttosto semplice. La separazione delle carriere non è una rivoluzione, né un attentato alla giustizia. È, semmai, il tentativo di rendere finalmente coerente il processo penale italiano con il modello accusatorio che proclamiamo da decenni e pratichiamo solo a metà.
In un processo accusatorio, l’accusa accusa e la difesa difende. Il giudice giudica. Sembra banale, ma in Italia abbiamo costruito un sistema in cui accusa e giudice appartengono alla stessa famiglia professionale, condividono formazione, cultura e spesso carriera. È come se in una partita di calcio l’arbitro e una delle squadre si allenassero nello stesso spogliatoio.
Naturalmente, ci viene detto che questo non conta nulla perché esiste la famosa “cultura della giurisdizione” del pubblico ministero. Un’espressione elegante, quasi poetica, che dovrebbe indicare la capacità del PM di cercare la verità con lo stesso spirito del giudice, anche quando questa verità favorisce l’indagato.
Peccato che la realtà, da molti anni, racconti una storia un po’ diversa.
Il pubblico ministero è diventato sempre più un organo d’accusa, come del resto avviene in tutti i sistemi accusatori del mondo. Non è uno scandalo: è la natura stessa del suo ruolo. Ma allora bisogna dirlo chiaramente e smettere di rifugiarsi in formule che rassicurano le coscienze e poco hanno a che fare con la pratica quotidiana delle procure.
Non a caso anche autorevoli sostenitori del No sembrano accorgersene. Basti pensare alla proposta avanzata dal prof. Gaetano Silvestri, che in audizione parlamentare ha suggerito di costituzionalizzare l’articolo 358 del codice di procedura penale, quello che obbliga il PM a svolgere indagini anche a favore dell’indagato.
È una proposta interessante. Ma contiene, forse involontariamente, una confessione.
Se bisogna scrivere in Costituzione che il pubblico ministero deve cercare anche le prove dell’innocenza, significa che quella famosa cultura della giurisdizione non è poi così radicata come si racconta. Anzi, forse non lo è mai stata davvero.
Il referendum, dunque, rischia di trasformarsi nell’ennesima guerra di corporazioni. Magistrati contro avvocati, politica contro magistratura, tifoserie contro tifoserie. Tutti convinti di difendere la giustizia, mentre spesso difendono semplicemente il proprio posto nello stadio.
Eppure la domanda dovrebbe essere un’altra, molto più semplice: quale sistema rende il processo più chiaro, più equilibrato e più comprensibile ai cittadini?
Su questo sarebbe utile discutere. Ma discutere davvero, senza slogan e senza appartenenze.
Il problema è che in Italia, quando si parla di giustizia, la passione per le bandiere supera quasi sempre quella per le regole. E così il referendum finirà probabilmente per dirci meno sul processo penale e molto di più sulle nostre appartenenze.



