Un licenziamento di un lavoratore portuale, una battaglia che non si è fermata anche quando tutto sembrava doversi arrestare

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Un lavoratore portuale per anni si è sentito dire che il suo licenziamento era legittimo. In primo grado, nella
fase sommaria, nel giudizio di opposizione, il suo ricorso è stato respinto, come se quella rottura del
rapporto di lavoro fosse definitiva, intoccabile, già scritta. Poi arriva l’appello, cambia la prospettiva, cambia
la storia: la Corte d’Appello dichiara illegittimo quel licenziamento, riconoscendo che il datore di lavoro ha
violato i termini fissati dal contratto collettivo per irrogare la sanzione disciplinare e che, dunque, quel
recesso non poteva essere adottato in quel modo e in quel tempo.
Questa vicenda processuale porta la mia firma, quella dell’ Avv. Sabina Pizzuto, insieme a quella dell’Avv.
Carmine Pirrottina, Abbiamo ripreso in mano un fascicolo segnato da esiti negativi e la Corte d’Appello di
Reggio Calabria, nella sua ricostruzione, ritiene provato il fatto contestato, ma i motivi di reclamo
raccontano bene la complessità di questa causa. Non ci siamo limitati a discutere un dettaglio, ma abbiamo
messo in discussione l’intero impianto: il modo in cui i fatti erano stati ricostruiti, la qualificazione giuridica
della condotta, il rispetto dei termini procedurali previsti dal contratto collettivo, la proporzionalità tra
addebito e sanzione, la scelta della tutela applicabile. Alla fine, la Corte, pur confermando la sussistenza
del fatto, ha accolto il motivo che andava al cuore del procedimento disciplinare: il licenziamento era stato
irrogato oltre il termine fissato dal CCNL, violando una scansione temporale che non è una mera formalità,
ma una garanzia concreta per il lavoratore. Da qui la dichiarazione di illegittimità del licenziamento e
l’affermazione che il datore di lavoro ha agito fuori dai tempi che era tenuto a rispettare.
Ed è qui che la legge Fornero mostra tutta la sua durezza. La violazione di un termine procedurale così
chiaro, che un tempo avrebbe potuto spalancare la strada alla reintegra, oggi viene incasellata tra le
violazioni “solo procedurali”, per le quali l’art. 18, comma 6, dello Statuto dei Lavoratori prevede soltanto
una tutela risarcitoria: un’indennità economica, ma niente ritorno in azienda. La Corte applica questa
disciplina e riconosce al lavoratore la sola tutela risarcitoria debole, dichiarando risolto il rapporto di lavoro
dalla data del licenziamento. Il risultato è amaro: il licenziamento è illegittimo, ma il lavoratore resta
comunque fuori dal porto in cui ha lavorato per anni.
Se non ci fosse stata la Fornero, con un vizio così marcato sul rispetto dei termini, lo spazio per una tutela
piena, reintegratoria, sarebbe stato ben diverso. In un altro quadro normativo, questo lavoratore sarebbe
con ogni probabilità rientrato al lavoro senza dover attraversare un percorso processuale tanto lungo e
faticoso. Oggi, invece, la legge spezza il legame naturale tra illegittimità del licenziamento e ritorno in
azienda, confinando la “giustizia” in un ristoro economico che non restituisce una banchina, una squadra,
una quotidianità costruita in anni di servizio.
Ma questa non è solo una vicenda di norme e sentenze: è, prima di tutto, una storia profondamente umana.
Nel momento più delicato del processo, proprio il giorno in cui scadeva il termine per proporre opposizione,
ho vissuto un evento luttuoso improvviso e gravissimo, che mi ha costretta a sospendere ogni attività
professionale. In quei giorni chiunque avrebbe avuto il diritto di fermarsi, di chiudere le carte e pensare
solo al proprio dolore. Io ero il difensore nella fase sommaria: tra lo smarrimento, la necessità di reggere
un colpo così grande, ho dovuto fare una scelta difficile ma necessaria per non lasciare solo il lavoratore.
Ho trasmesso tutto all’Avv. Carmine Pirrottina, che ha preso in carico la fase successiva, mentre io mi
allontanavo, com’è naturale, da ogni attività di studio e di udienza.
Con il tempo ho ripreso in mano la causa insieme a lui, abbiamo costruito l’appello, lo abbiamo seguito
passo dopo passo fino alla sentenza. Quel dolore resta sullo sfondo di ogni pagina, ma non ha fermato la
battaglia: l’ha resa ancora più densa di significato. Perché dietro questa decisione non ci sono solo norme
e contratti, ci siamo noi, con le nostre ferite e la nostra determinazione a non lasciare che un lavoratore
venga cancellato in silenzio.
Alla fine, questa è una vittoria dal sapore complesso. È la vittoria di un lavoratore che, dopo anni, si sente
dire che il suo licenziamento era illegittimo. È la vittoria di una difesa che ha saputo ribaltare due esiti
negativi e ottenere una sentenza che smaschera un uso scorretto del potere disciplinare. È, per me, anche
una vittoria personale e umana: la prova che si può andare avanti anche quando tutto sembra doversi
arrestare. E, nonostante i limiti di una legge che nega la reintegra, è la conferma che vale ancora la pena
combattere, perché ogni passo avanti, ogni illegittimità riconosciuta, apre spazio a nuove possibilità di
giustizia.
Un grazie profondissimo all’Avv. Carmine Pirrottina, per essermi stato accanto in questo percorso, per
aver condiviso il peso e il senso di questa causa, e per aver fatto sì che questa battaglia non si fermasse,
neanche quando la vita sembrava chiedere il contrario.