La morte del piccolo Domenico. “La vita di un bambino che si spegne per un errore è una sconfitta inaccettabile”

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Di Avv. Antonino Napoli – Penalista del Foro di Palmi

La morte di Domenico è una ferita che resta aperta nella coscienza collettiva. Non è solo la storia di una vita spezzata troppo presto, ma il simbolo di un errore che, oggi più che mai, non dovrebbe essere possibile. Morire a causa della cattiva conservazione di un cuore destinato al trapianto è qualcosa che appartiene a un passato che pensavamo superato, a una stagione in cui protocolli, controlli e tecnologie non avevano ancora raggiunto gli standard attuali.
Oggi la medicina dei trapianti ha compiuto passi enormi. Le procedure di prelievo, trasporto e conservazione degli organi sono rigidamente codificate; i sistemi di monitoraggio della temperatura e dei tempi di ischemia sono avanzati; esistono protocolli internazionali condivisi e organismi di coordinamento che vigilano su ogni fase del processo. Un cuore non è un semplice organo da trasportare: è una possibilità di vita, affidata a una catena di responsabilità che non ammette leggerezze.
Non si tratta, in questa sede, di accertare le responsabilità penali di chi ha colposamente sbagliato. Questo è compito della magistratura, che dovrà fare chiarezza con rigore e imparzialità. Il punto, però, è più ampio e riguarda il sistema nel suo complesso. Ogni errore che incide su un trapianto non è soltanto un errore tecnico: è un fallimento organizzativo, un cortocircuito nei controlli, una falla in quella rete che dovrebbe garantire sicurezza assoluta.
La morte di Domenico impone una riflessione profonda: i controlli devono essere rafforzati, ma soprattutto devono essere verificati. Non basta prevedere protocolli impeccabili sulla carta; occorre controllare anche i controllori, introdurre sistemi di audit indipendenti, tracciabilità digitale completa, verifiche incrociate obbligatorie e responsabilità chiaramente definite in ogni passaggio. La trasparenza deve diventare un principio irrinunciabile, così come la formazione continua del personale coinvolto.
La sanità pubblica si fonda sulla fiducia. Ogni cittadino che acconsente alla donazione di organi lo fa confidando in un sistema capace di custodire e valorizzare quel dono con la massima cura. Ogni paziente in lista d’attesa affida al sistema non solo la propria speranza, ma la propria vita. Quando questa fiducia viene incrinata da una disattenzione o da una negligenza, la ferita non riguarda solo una famiglia: riguarda tutti.
Certe disattenzioni non sono accettabili. Non lo sono per rispetto verso chi dona, non lo sono per rispetto verso chi attende, non lo sono per rispetto verso la dignità stessa della medicina. La morte di Domenico dovrà diventare uno spartiacque: un momento da cui ripartire per rafforzare i meccanismi di vigilanza, per rendere ancora più stringenti i controlli, per introdurre strumenti che impediscano il ripetersi di errori evitabili.
Se c’è un senso che possiamo dare a questa tragedia, è l’impegno concreto a fare meglio. Perché nel campo dei trapianti non esiste margine per l’imprecisione. E perché una vita che si spegne per un errore umano evitabile è una sconfitta che una società moderna non può permettersi di accettare mai più.