Referendum Giustizia. “Il Sì o il No non hanno bisogno di icone bizantine”

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Io al referendum sulla Separazione delle carriere voterò convintamente SI ma provo sinceramente fastidio che un uomo, simbolo di una stagione in cui le garanzie processuali furono considerate un inutile orpello, oggi venga presentato come rassicurante testimonial del “Sì” nel nome dell’equilibrio e della modernizzazione della giustizia.
Parlo, naturalmente, di Antonio Di Pietro, che ieri ho ascoltato a “Presa Diretta”. Il PM protagonista dell’inchiesta di Mani Pulite (“Mani Pulite l’ho fatta io”) e che incarnò, per una larga parte dell’opinione pubblica, l’idea della giustizia come palingenesi morale del Paese.
Non dico, con questo, che bisognerebbe riaprire un processo storico. Mani Pulite fu una stagione complessa, figlia di un sistema politico che forse aveva smarrito il senso del limite. Ma proprio perché si vuole discutere seriamente di riforme costituzionali e di assetti della giurisdizione, mi chiedo se chi, in quegli anni, ha fatto della custodia cautelare uno strumento di pressione investigativa, e dell’avviso di garanzia una sentenza anticipata nel tribunale mediatico, possa oggi ergersi a garante dell’equilibrio.
In quella stagione, la distinzione tra indagato e colpevole si fece sottile come carta velina. Il principio di presunzione di innocenza sopravviveva nei codici, ma nei fatti era spesso travolto dall’onda emotiva e dal consenso popolare. Il processo diventava spettacolo; la piazza anticipava la sentenza; la gogna morale precedeva quella giudiziaria.
Si dirà: erano tempi eccezionali. Vero. Ma proprio nei tempi eccezionali si misura la fedeltà alle garanzie. Le regole servono quando è difficile rispettarle, non quando è comodo.
Oggi, nel sostenere il “Sì”, si invoca un giudice terzo e indipendente, non condizionato da prossimità culturali o funzionali con il pubblico ministero. È una posizione che, come ho detto, condivido. Ma stride che a farsene portabandiera sia chi ha rappresentato la stagione in cui il pubblico ministero non solo non era percepito come parte, ma come protagonista assoluto, quasi regista dell’intero sistema.
La credibilità, in politica come in giustizia, non è un dettaglio: è sostanza. E non si costruisce a colpi di slogan, ma con la coerenza tra ciò che si è fatto e ciò che si predica.
Un Paese che dimentica le torsioni del proprio sistema giudiziario rischia di ripeterle, magari con segno opposto ma con identica disinvoltura.
Il “Sì” o il “No” sono scelte politiche e culturali che meritano argomenti solidi, non icone. Non hanno bisogno di persone che hanno l’odore di naftalina e che hanno trovato l’occasione per avere ancora visibilità mediatica. Se si vuole parlare seriamente di garanzie processuali, forse è bene farlo senza affidarsi a chi, in un momento decisivo della nostra storia, quelle garanzie le considerò un lusso che l’Italia non poteva permettersi.
La giustizia non ha bisogno di icone bizantine. Ha bisogno di regole rispettate anche quando non conveniva. Soprattutto allora.