Le riforme non si giudicano dal colore di chi le propone ma dalla solidità dei principi che incarnano

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Dell’Avv. Antonino Napoli

La recente riforma costituzionale sulla separazione delle carriere della magistratura ha riacceso un dibattito antico, quasi carsico, che attraversa la Repubblica sin dai suoi primi decenni. Non è una discussione solo per addetti ai lavori: riguarda l’idea stessa di giustizia che vogliamo consegnare ai nostri figli.
Nel nostro ordinamento, pubblico ministero e giudice appartengono al medesimo ordine, condividono percorso concorsuale e, almeno in linea teorica, possono transitare dall’una all’altra funzione. È una scelta che trova il suo fondamento negli articoli 104 e 107 della Costituzione della Repubblica Italiana, concepiti in un’epoca in cui la preoccupazione principale era sottrarre la magistratura alle interferenze dell’esecutivo. Un’esigenza sacrosanta, figlia di un passato che nessuno rimpiange.
Ma i tempi cambiano. E con essi cambiano le domande che la società rivolge alle istituzioni.
Lo dico senza infingimenti, io provengo da una cultura politica che ha difeso l’autonomia e l’indipendenza della magistratura quando altri avrebbero voluto piegarla e, tuttavia, voterò sì alla riforma sulla separazione delle carriere. Non perché lo dica la destra, ma nonostante lo dica la destra. Non perché mi persuadano i toni muscolari o le semplificazioni propagandistiche di certa politica, che talvolta trasforma un tema delicato in una clava contro i giudici. Voterò sì per una convinzione maturata nel tempo, non in un comizio.
Il punto non è indebolire il pubblico ministero. Il punto è rafforzare il giudice.
In un processo penale che si definisce accusatorio, il giudice deve essere davvero terzo: non solo imparziale, ma percepito come tale. La terzietà non è una virtù interiore, è una garanzia istituzionale. Non basta affermarla: occorre costruirla. E quando accusa e giudica appartengono allo stesso ordine, condividono cultura professionale, percorsi, organi di autogoverno, il rischio — almeno simbolico — di una prossimità strutturale esiste. Non si tratta di mettere in dubbio l’onestà dei magistrati. Si tratta di prendere atto che l’apparenza, in giustizia, conta quanto la sostanza.
La sinistra, se vuole restare fedele a sé stessa, non può difendere lo status quo per partito preso. La giustizia è un servizio pubblico, non un totem ideologico. L’indipendenza non è un privilegio corporativo, è una garanzia per il cittadino. E il cittadino, davanti al banco degli imputati, deve sentire che chi lo giudica non appartiene, neppure idealmente, allo stesso “corpo” di chi lo accusa.
Non condivido i toni di chi sostiene che la riforma sia la panacea di ogni male, né quelli di chi la presenta come un regolamento di conti con la magistratura. Le riforme costituzionali non si fanno per vendetta, ma per equilibrio. E l’equilibrio si misura nella capacità di garantire poteri separati e controlli reciproci, senza reciproche diffidenze.
Un giudice davvero terzo non è un giudice indebolito. È un giudice più forte, perché la sua decisione non potrà essere sospettata di alcuna contiguità culturale con l’accusa. Allo stesso modo, un pubblico ministero autonomo nella sua carriera e nel suo governo non sarà meno indipendente, ma più chiaramente identificabile come parte processuale, con la dignità e la responsabilità che ciò comporta.
Si può essere di sinistra e votare sì. Si può difendere l’autonomia della magistratura e insieme pretendere un assetto che renda il giudice ancora più distante da ogni potere: dall’esecutivo, dalla politica, ma anche dall’accusa. La vera terzietà non teme la distinzione delle funzioni; la reclama.
Le riforme non si giudicano dal colore di chi le propone, ma dalla solidità dei principi che incarnano. E se il principio è quello di un giudice autenticamente terzo, indipendente da ogni influenza, allora non è un principio di destra o di sinistra. È un principio di civiltà giuridica.
E la civiltà, quando è tale, non ha colore.