È scontro sui i medici di famiglia. Da eroi del covid, a nullafacenti negli anni successivi. Ad essere penalizzati i pazienti. Marisa Valensise: “Intervenire prima che sia troppo tardi “

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sento il dovere di esprimere un pensiero chiaro e netto sulla figura del medico di famiglia e sulla cosiddetta appropriatezza prescrittiva, soprattutto alla luce di ciò che sta accadendo in Calabria.
Quello che vediamo oggi non è più riconducibile, né nei modi né nella sostanza, alla figura storica del medico di famiglia: il medico che aveva una visione complessiva del paziente, che conosceva l’anamnesi, seguiva le famiglie nel tempo e che nello studio faceva diagnosi, consulenza e terapia. Oggi, troppo spesso, il medico di base è stato trasformato in un burocrate, ridotto a passare carte, con vincoli sempre più stringenti e un’autonomia clinica sempre più limitata.
da oltre un anno, assistiamo a un sistema fatto di controlli vessatori, sanzioni e multe che colpiscono indiscriminatamente i medici di famiglia. In nome del contenimento della spesa e dei bilanci delle ASP, si rischia di svuotare di significato il giuramento di Ippocrate. Non si può, per mere ragioni contabili, PRIVARE NOI CITTADINI DEL DIRITTO A UNA CURA CERTA E TEMPESTIVA. Al medico viene impedito di curare secondo scienza e coscienza, allora viene meno il senso stesso della professione.
È vero: negli anni ci sono stati abusi, prescrizioni inutili e leggerezze. Negarlo sarebbe ipocrita. Ma oggi si è passati all’estremo opposto: si è “sparato nel mucchio”, senza distinguere tra chi ha sbagliato e chi lavora con serietà e responsabilità. Mettere ordine è legittimo, farlo in modo cieco e punitivo no.
Il medico di famiglia, per deontologia professionale, deve poter prescrivere ciò che ritiene necessario per il paziente, anche quando una commissione tecnica dell’ASP, basandosi su criteri rigidi, non lo prevede. Vale per gli inibitori di pompa protonica, per gli antibiotici e per altri farmaci. Il medico di base conosce la storia clinica del paziente più di chiunque altro, spesso anche più dello specialista,perché segue quel percorso nel tempo.
La normativa sull’appropriatezza prescrittiva nasce per razionalizzare la spesa, non per annullare il ruolo clinico del medico. Quando la legge viene applicata senza buon senso, si tradisce lo spirito stesso della norma.
Detto questo, serve anche una presa di responsabilità chiara da parte dei medici di famiglia. La riforma della medicina del territorio non può funzionare senza di loro.
Uno strumento fondamentale sono le AFT – Aggregazioni Funzionali Territoriali, che dovrebbero garantire continuità assistenziale, collaborazione tra medici e maggiore presenza sul territorio. Eppure, nella provincia di Reggio Calabria, di AFT realmente operative se ne sono formate pochissime.
Questo è un problema serio. Senza una vera organizzazione territoriale, il sistema non regge. Se i medici di base non contribuiscono attivamente a costruire una rete funzionale sul territorio, non andremo da nessuna parte. A loro spetta anche il compito di alleggerire i pronto soccorso, oggi intasati da cittadini disorientati che non sanno a chi rivolgersi.
È indispensabile rendere i medici di famiglia più reperibili e meglio organizzati. Oggi le persone non sanno dove andare, non trovano risposte sul territorio e finiscono per intasare l’emergenza. Questo non è sostenibile.
C’è però un ultimo punto, fondamentale: i medici devono essere più compatti.
Devono virare tutti nella stessa direzione, superando divisioni e individualismi. I medici di famiglia rappresentano un potere e una forza non indifferente: se parlano con una sola voce, l’ASP non potrà non ascoltarli. Ma questo richiede unità, visione comune e responsabilità collettiva.
Cosa serve allora? Equilibrio e riforma strutturale.
Il medico di famiglia deve tornare a fare il medico, non il burocrate. Deve essere supportato nelle incombenze amministrative, avere un numero di pazienti sostenibile e un ruolo centrale nel percorso di cura. Le responsabilità devono essere chiare: chi sbaglia paghi, ma chi lavora bene deve essere tutelato e messo nelle condizioni di operare.
Dal 2026 in poi, la collaborazione con specialisti e pronto soccorso sarà fondamentale, ma il perno del sistema deve restare il medico di famiglia. È lui il primo a conoscere l’anamnesi del paziente ed è insieme allo specialista che deve guidare i percorsi di cura più sicuri ed efficaci.
Noi paghiamo i medici di famiglia per curare, non per compilare moduli sotto minaccia di sanzioni. Metterli ai margini è un errore grave.
E soprattutto, non si può fare di tutta l’erba un fascio.