Trentadue anni fa il macabro attacco allo Stato con l’uccisione dei Carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo. Una ferita ancora aperta

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La sera del 18 gennaio di ventisei anni fa, era il 1994, due servitori dello Stato, i carabinieri Vincenzo Garofalo e Antonino Fava (originario di Taurianova), sono stati massacrati da quella criminalità mafiosa definita da Peppino Impastato una “montagna di merda”, con numerosi colpi di mitra mentre stavano un servizio di pattugliamento, con numerosi colpi di mitra. Gli assassini non gli hanno lasciato scampo crivellandoli senza pietà. Era il periodo in cui, come hanno dimostrato le ricostruzioni giudiziarie e storiche, Cosa Nostra e ‘Ndrangheta hanno collaborato nell’elaborare una stratega della tensione che doveva destabilizzare lo Stato italiano. 
I due militari in quel maledetto 18 gennaio di 32 anni fa, avevano appena finito un servizio di “staffetta” a cinque magistrati messinesi che si occupavano di mafia e raccogliere a Palmi le dichiarazioni di un pentito ed è per questo che i due militari erano di scorta. Dopo aver preso un caffè con i magistrati messinesi in quanto quest’ultimi ancora dovevano trattenersi con il pentito di mafia, un boss, Luigi Sparacio, e quindi rientrare ad un orario stabilito per il servizio di scorta. Subito dopo fecero un giro ricognitivo nel tratto autostradale tra Palmi e Scilla, e lì sulla loro strada incrociarono una macchina, quella in cui a bordo c’erano i loro assassini. Antonino Fava e Vincenzo Garofalo furono trucidati dai colpi d’arma da fuoco senza pietà, “giustiziati” e fermi a ridosso di un guard rail. Non ebbero il tempo nemmeno di reagire, tant’è che Fava fu trovato ancora con il mitra di ordinanza in mano e che non fece in tempo ad usarlo. Due servitori dello Stato morti sul campo per fedeltà al servizio, insigniti con la Medaglia d’Oro al valor militare.
Oggi Vincenzo Garofalo avrebbe avuto 60 anni, mentre Antonino Fava 63 anni, quest’ultimo poteva anche essere già in pensione, eppure oggi ricorre un anniversario di morte. Una fine che non potrà mai essere accettata dai familiari perché quella sporca piovra fatta di fogna e merda, definita mafia ha strappato per quel potere criminale ambizioso, due giovani vite in quegli anni ’80 a due giovani carabinieri trentenni.
“Un massacro” come lo definì allora il colonnello Massimo Cetola, l’allora comandante provinciale dei carabinieri appena arrivato sul posto dell’eccidio, vedendo quei corpi crivellati dalla mano assassini di mafiosi violenti senza pietà.
Vincenzo Garofalo era di Scicli in provincia di Ragusa e in quel maledetto 18 gennaio 1994 lasciava una moglie vedova e due figli, uno di tre anni e l’altro di tre mesi, il padre nemmeno lo ricorderanno, ma sanno che è stato un eroe.
Antonino Fava era di Taurianova, oggi la Villa Comunale porta il suo nome, anche lui all’epoca lasciava una moglie e due figli.

Oggi Fava e Garofalo al di là delle belle parole che si potrebbero usare in ogni contesto commemorativo sono stati due eroi caduti da servitori dello Stato, ma Antonino Fava e Vincenzo Garofalo non erano semplici colleghi in divisa: erano due uomini impegnati quotidianamente nella tutela della legalità in una delle aree più complesse d’Italia dal punto di vista criminale. Entrambi con anni di servizio alle spalle, furono riconosciuti per il loro altissimo senso del dovere e furono decorati con la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria. E il loro ricordo resta vivo non solo nelle commemorazioni ufficiali, ma soprattutto nella consapevolezza che il loro sacrificio abbia contribuito a rafforzare l’impegno collettivo contro la criminalità organizzata.