Federico Aldrovandi: ultimo atto

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Le riflessioni della nostra lettrice Lory Viola

Federico Aldrovandi: ultimo atto

Le riflessioni della nostra lettrice Lory Viola

 

 

Credo che ognuno di noi avverta la sensibile percezione del fatto che il coraggio di
un genitore si misuri principalmente dal livello di tolleranza al dolore per la
perdita di un figlio specie se essa sovviene improvvisa e mutilata di
giustificazioni plausibili.

Per noi, per così dire “umani ” la morte, pur essendo l’unica incontrovertibile
certezza rispetto al protrarsi del futuro, acquisisce contezza soprattutto nel momento
in cui, fredda, implacabile e senza appello, attraversa i nostri percorsi
amicali toccandoci nel fugace attimo del tributo al compianto e/o nelle future
commemorazioni celebrative per poi ricominciare a sentirci presuntuosamente
eterni.

Seguo da anni la vicenda della dispari battaglia che la madre del giovane Federico Aldrovandi,
Patrizia Moretti, affronta con la tenerezza e con la potenza che solo una madre
sa rendere universalmente simbiotica.

Un incessante lotta per riconsegnare rispettabilità ad una morte cagionata dalla
sopraffazione e dall’abuso di potere.

L’ ultimo evento, in ordine di tempo, è l’ormai noto “applauso” (indirizzato da un
sindacato autonomo di polizia agli agenti condannati quali responsabili per la
morte di Federico Aldrovandi) marchiato per sempre dal suono prepotente di
quel battito di mani che ha ferito le coscienze ed i cuori di ogni padre e di
ogni madre, di ogni giovane che nella tragedia di Federico ha riconosciuto quel
nesso di casualità che puo’ incappare a chicchessia; stesso apparente sgomento
sembra aver marchiato tutti gli organismi Istituzionali che, pero’, ad oggi
consentono ai responsabili dell’accadimento di indossare quella divisa, ormai, deviata,
moralmente disonorevole anche nei confronti di chi l’uniforme la indossa
nobilmente e con la timida ambizione che ogni sacrificio ed ogni rischio corso non
venga vanificato dalle sentenze di Stato che spesso la giustizia per i deboli
l’applica e per i forti la interpreta.

Da quel battimano ne è scaturita una reazione civile corale, come le isterie
collettive che al momento dello sprezzo partono a voci unificate ma che poi,
via via, vengono travalicate, anche, dall’assuefazione all’assurdo, dalle
azioni carogne degli ultrà che umiliano l’impotenza manifesta di una Paese,
ormai da tempo, in ginocchio dinanzi ad ogni forma di vilipendio.

Le ultime dichiarazioni di questa genitrice mi hanno intimamente emozionata, mi è
parso, infatti, di assistere al suo congedo dalla battaglia che l’ha resa
indiscussa eroina di una grande storia d’amore e di giustizia come solo un
rapporto tra madre e figlio sa esprimere.

Patrizia ha esposto pubblicamente, con amara cognizione, il punto di demarcazione oltre
il quale la stessa sa di non potere più sconfinare, ribadendo, in tutta la
fragilità di questa inevitabile ed amara resa, che oltre quella barriera d’ora
in avanti dovranno pesare le azioni calibrate delle Istituzioni, quelle da cui
la società, nel cattivo o nel buon esempio ne trarrà ispirazione ma con la
speranza che il dovere della legge morale accompagni decorosamente quella
processuale.

In quella conferenza stampa gli occhi di mamma Patrizia lacrimavano come quelli di
chi sa……..di aver consumato tutte le energie umanamente adoperabili, tutti gli
strumenti mediatici possibili per poter restituire dignità a quella
inaccettabile morte…..in nome e per conto di una giustizia che avrebbe dovuto auto-generarsi
ed auto-proclamarsi con un esemplare condanna non identificata in un
paradossale “eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi” una pena ammorbidita,
ulteriormente, dall’entrata in vigore dell’indulto in applicazione della legge
Severino, con il rischio di farla apparire quasi come una sorta di “trofeo”
individuale ottenuto dai familiari del ragazzo quale benemerenza per tanto
coraggio, un riconoscimento che, però, non appaga e mai consola!

Le considerazioni di mamma Patrizia, che avevano l’amaro sapore di “finale”
privo di un responso equamente bilanciato, mi hanno trasmesso un senso di
amarezza infinita, è come se tra quelle frasi avessi percepito il tangibile
estremo saluto di una madre al proprio figlio, l’ultimo atto di un lutto che in
cuor suo, mamma Patrizia, forse, non aveva mai elaborato, perché in quella lotta,
in qualche ingannevole maniera, pur fra mille amarezze manteneva in vita quel
nome, Federico, pronunciato teneramente per diciotto anni, e se anche il caldo
abbraccio non si solidificava piu’, ormai da anni, negli atti quotidiani…. rimaneva
comunque la corrispondenza ereditaria e istintiva dei legami di sangue, quel
sentimento che illusoriamente allontana il pensiero dall’idea che l’
inesorabile distacco prima o poi giunge!

Nel pieno di quella avvertita malinconia ho ripensato a quel miserevole “applauso”
come all’ultima prevaricazione, l’ultimo atto di una vicenda giudiziaria e
umana la cui iniquità, al calar del suo sipario, renderà perpetuamente
impossibile ogni onorevole ovazione, ogni sana acclamazione agli autori di una
triste favola in cui il lupo cattivo…….ancora una volta è stato l’uomo!

Lory Viola