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TAURIANOVA (RC), SABATO 27 NOVEMBRE 2021

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In nome del popolo italiano Le riflessioni del giurista Giovanni Cardona tra cinema e letteratura

In nome del popolo italiano Le riflessioni del giurista Giovanni Cardona tra cinema e letteratura

In nome del popolo italiano è un film di Dino Risi del 1971 dove, come da commedia caricaturale, a finire sotto la cremagliera processuale di un solerte inquisitore, è un imprenditore attivamente lanciato in quella che dovrebbe costituire per definizione la libera determinazione capitalistica del profitto.
Il giudice, magistralmente interpretato da Ugo Tognazzi, pur di determinare incontrovertibilmente la colpevolezza del suo imputato, finisce per operare su un terreno extralegale, cercando a ogni costo di bruciare le prove della sua innocenza sull’altare di una preannunciata condanna.
Nel dramma teatrale “Corruzione al Palazzo di giustizia” di Ugo Betti, scritto nel 1944 il giudice Bata dice all’inizio: “Il Palazzo poi è la miniera, è il pozzo, è il nido, del malcontento, dei sussurri. Comincia uno a spargere calunnie, l’altro seguita, il giorno dopo sono dieci, venti e poi… E’ come una cancrena che si allarga», anche qui una tragedia della giustizia e del potere, sondante il lato oscuro del potere giudiziario con lucido disincanto e comparandone i rapporti tra politica e magistratura, dignità umana e diritto.
Precorrendo Sciascia e pieno di una sconvolgente attualità, il dramma “Corruzione al palazzo di giustizia” denuncia dolentemente le prevaricazioni giudiziarie – temporalmente posizionate durante il periodo fascista -, ma, più in profondità, è un atto di accusa contro l’umana società con una aspra declinazione pessimistica, in perfetto equilibrio fra realismo e metafisica, capace di rendere i personaggi insieme più vivi e astratti.
Emblema comunque dell’errore giudiziario è il magnifico prodotto in celluloide “Detenuto in attesa di giudizio” di Nanni Loy del 1971, celebre commedia civile degli anni Settanta che catapulta un innocente, interpretato da Alberto Sordi, in un contesto carcerario fortemente drammatico e spietato per un vizio di procedura giudiziaria italiana: quello della carcerazione preventiva; facendo emergere un intreccio di dinamiche burocratiche Kafkiane, che appaiono al contempo grottesche e angoscianti, oniriche eppure tragicamente familiari.
“Qualcuno doveva averlo calunniato, perché, senza che avesse fatto nulla di male, una mattina Joseph K. fu arrestato” è questo l’incipit più incisivo della storia della letteratura che apre uno dei romanzi più inquietanti che siano mai stati scritti.
Kafka ne il “Processo” descrive in maniera obiettiva e precisa la solitudine dell’uomo moderno dinanzi alla complessità degli apparati statali burocratizzati, che invece di garantire la massima libertà dell’individuo, possono degenerare in spaventose ingiustizie e persecuzioni fino a togliere ogni diritto naturale.
Certo, la mancanza di senso nelle cose, che alle volte avvertiamo tutti di fronte al mistero della vita, ci porta quell’ansia sottile e quell’angoscia che solo il tempo potrà lenire.