Basta lezioni da Parigi: l’italia non è una provincia dell’impero francese

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di Claudio Maria Ciacci

Negli ultimi tempi, le uscite di Emmanuel Macron contro l’Italia hanno assunto un tono che va ben oltre la normale dialettica tra governi. Non si tratta di semplici divergenze politiche: il punto è l’atteggiamento, quella costante postura da supervisore europeo che Parigi sembra voler esercitare nei confronti di Roma.
Quando la ministra francese per l’Europa, Laurence Boone, dichiarò che la Francia avrebbe “vigilato” sull’operato del governo guidato da Giorgia Meloni, il messaggio arrivato agli italiani fu chiaro: non un confronto tra pari, ma un controllo dall’alto. Una pretesa difficilmente accettabile per una nazione sovrana e fondatrice dell’Unione.
Il caso della nave Ocean Viking nel 2022 è stato emblematico. Alla decisione italiana di non concedere immediatamente lo sbarco seguì una reazione durissima da parte di Parigi, con sospensione dei ricollocamenti e accuse pubbliche di irresponsabilità. Eppure, quando si tratta di blindare i confini francesi o di respingere migranti a Ventimiglia, la linea dell’Eliseo diventa inflessibile e non ammette interferenze.
Lo stesso schema si è ripetuto sul piano economico. Nel 2017, la Francia intervenne per impedire che Fincantieri assumesse il pieno controllo di STX France, ricorrendo a una nazionalizzazione temporanea. Quando c’è da difendere un asset strategico francese, la sovranità è intoccabile. Quando l’Italia tutela i propri interessi, scattano i richiami europei.
Macron insiste molto sull’idea di un esercito unico europeo. Ma la domanda è inevitabile: come si può costruire una vera difesa comune quando la Francia è l’unica potenza nucleare dell’Unione? Chi deciderebbe sull’uso del deterrente atomico? Quale dottrina strategica prevarrebbe?
Un esercito europeo senza un equilibrio reale rischia di tradursi in una struttura a guida francese, con Parigi capofila politico-militare. La difesa è il cuore della sovranità di uno Stato: condividerla presuppone parità effettiva, non leadership implicite.
Tutto questo avviene mentre Macron affronta in patria una fase complessa: consenso ridotto, forti tensioni sociali e un quadro parlamentare che rende ogni iniziativa un braccio di ferro. In questo contesto, le prese di posizione contro l’Italia possono apparire come tentativi di riaffermare un ruolo internazionale che sul piano interno appare meno solido.
Non a caso, anche sullo scenario globale la sua influenza è stata messa in discussione. Donald Trump, in dichiarazioni pubbliche, ha liquidato Macron sostenendo di non avere motivo di parlare con lui perché, a suo dire, non avrebbe “alcun peso” in questa fase. Parole che, al di là delle polemiche, fotografano una percezione internazionale meno brillante rispetto al passato.
C’è poi un capitolo che in Italia non si dimentica. Negli anni di piombo, il terrorismo di sinistra insanguinò il Paese. Il nome di Sergio Ramelli resta simbolo di quella stagione di odio ideologico. E per decenni esponenti delle Brigate Rosse trovarono protezione in Francia, in nome di una scelta politica che ha lasciato un segno profondo nei rapporti bilaterali.
Anche recenti episodi di violenza a Lione, attribuiti ad ambienti estremisti, dimostrano che il radicalismo non è un problema confinato entro i nostri confini. Proprio per questo, le lezioni morali risultano ancora meno appropriate.
Italia e Francia sono due grandi nazioni europee. Ma la cooperazione si fonda sul rispetto reciproco, non sul paternalismo. L’Italia non è un Paese da sorvegliare né un interlocutore da richiamare pubblicamente. È uno Stato sovrano, con un mandato democratico chiaro e il diritto di difendere i propri interessi senza essere trattato come un allievo indisciplinato.
Se davvero si vuole costruire un’Europa più forte, sul piano economico, politico e militare, il punto di partenza deve essere l’equilibrio tra Stati. Senza doppi standard, senza gerarchie implicite, senza memoria selettiva.